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La verità vi prego, sullo Smartphone!

Ovvero, i mobile device fanno male ai bambini? E gli altri schermi? Facciamo il punto della situazione.

 

Hai dei giochi sul tuo telefono? Mi annoio. Mi dai il telefono? Mi fai vedere un video? Quante volte abbiamo sentito queste richieste dai nostri figli, nipoti, figli di amici e altri bambini che incontriamo nelle più disparate situazioni? Spesso e volentieri ci sentiamo inclini ad assecondarli, facciamo bene? Oppure No? Possiamo usare questi strumenti per distrarre o tenere impegnati i nostri bambini? Ci sono rischi per la salute o di altro tipo? E per quanto riguarda il Tablet, il PC, la Playstation e gli altri schermi? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Lo smartphone, il tablet, il computer, le console come Nintendo Switch e i videogames in genere hanno una grande attrattiva su bambini e ragazzi, perché possono trasportarli in mondi favolosi, soprattutto in un momento storico nel quale, gli spazi all’aperto dedicati ai bambini, si riducono sempre di più e le possibilità di divertirsi fuori casa e con altri bambini, hanno raggiunto il minimo storico. Ci lamentiamo della poca fantasia dei ragazzi di oggi infatti e della dipendenza dalla tecnologia, spesso però senza considerare le alternative o meglio l’assenza di alternative.
Durante la mia giovinezza, tornati a casa da scuola e dopo fatti i compiti, i bambini potevano uscire e giocare liberamente con i vicini, i pericoli per la strada erano molti di meno, c’erano meno macchine e meno strade, ogni prato era potenzialmente un campo di calcio e ogni bosco era una possibilità di esplorazione. Poi i prati sono diventati cantieri e oggi spazi adattabili a campo da calcio improvvisati, sono sempre più difficili da trovare. Boschi da esplorare nemmeno a parlarne, abbattuti per far posto alle case e ai centri commerciali. Aggiungiamo che oggi, i genitori, hanno paura di far uscire i bambini da soli, perché a causa di anomia e aumentato numero di pericoli, prodotti dall’affollamento e dalle sciagurate moderne politiche dei paesi industrializzati, far uscire i bambini da soli, richiede un’assunzione di rischio importante. Quando racconto ai miei figli, che hanno a disposizione una grande abbondanza di device tecnologici, come mi divertivo io alla loro età, noto con sorpresa che non mi guardano con pietà ma con invidia. Mi dicono spesso che cambierebbe volentieri tablet e videogiochi, televisori e servizi di streaming, per poter avere la possibilità di vivere la loro infanzia come l’ho vissuta io. Si tratta però di un’alternativa che non posso offrirgli, perché quegli spazi e quella sicurezza non esistono più.
Come non esiste più o quasi la famiglia allargata, dove nonni e zie potevano assumersi una parte, del carico di stress e fatica derivante dall’accudimento dei figli. Oggi infatti, sempre più spesso, per avere una vita dignitosa, entrambi i genitori sono costretti a lavorare, una nonna a disposizione è nella maggior parte dei casi un miraggio e il tempo da dedicare ai figli è ridotto al lumicino.
In queste condizioni la moderna tecnologia dell’entertainment si presenta come una facile soluzione . Rende tranquilli bambini rumorosi, intrattiene i ragazzi più grandi e può addirittura venire usata come merce di scambio, per i doveri scolastici o casalinghi. Una tentazione alla quale è difficile resistere.

Gli schermi digitali però ci fanno anche paura. Questa luce proiettata attraverso gli occhi e nel cervello dei nostri figli, può anche fargli male, può danneggiare le funzioni cerebrali, può rallentare la loro crescita, può portare alla sedentarietà, al sovrappeso e ai disturbi del sonno, tutte condizioni difficilmente compatibili con la cosiddetta “salute”.
Cosa dobbiamo fare allora? Schermi sì? Schermi no? Soprattutto schermi quanto?
Il futuro dei nostri figli sarà comunque, nella grande maggioranza dei casi, schermi si. C’è poco da fare. Tutti i lavori specializzati, i rapporti con le istituzioni, la gestione di strumenti di pagamento e conti bancari, necessitano già oggi di uno schermo digitale, che sia PC, smartphone, tablet o altro e il futuro non sembra prendere direzioni differenti. Appare evidente che, con questi strumenti, dobbiamo imparare a convivere. Di più, dobbiamo dare ai nostri ragazzi la possibilità di apprendere a maneggiarli con competenza, se non vogliamo danneggiare la loro possibilità di competere, per i lavori del domani.
Amico o nemico che sia lo schermo digitale, diventa chiaro che dobbiamo imparare a conoscerlo e a gestirlo. Dobbiamo creare, per noi e per i nostri ragazzi, un bagaglio di conoscenze, sulle quali basarsi per farne un uso responsabile, per approfittare dei vantaggi, senza riportarne troppi danni.

La letteratura sull’argomento per fortuna, inizia a farsi consistente (per chi vuole approfondire allego una ricca bibliografia, consultabile online), anche se molte delle conoscenze disponibili, faticano a diventare di pubblico dominio, perché oscillano tra lo scientifico spinto e il molto superficiale. Con questo articolo cercherò di fare chiarezza, su quanto abbiamo a disposizione, a livello di conoscenze, per ottenere delle linee guida, su come gestire gli schermi digitali e le tecnologie associate, in ambito familiare. 

Inizieremo dicendo che, tutti gli schermi digitali, hanno in comune alcuni aspetti nocivi, a livello fisiologico. Sono comunque strumenti che emettono raggi luminosi e suoni, in complesse sequenze codificate, che entrano come stimoli nel nostro sistema nervoso e che possono eccitare, non solo per il contenuto che veicolano ma anche per le loro caratteristiche fisiche. Già riguardo a questo aspetto c’è molto che possiamo fare. Intanto possiamo regolare la luminosità dello smartphone, sempre al livello più basso, che ci permetta di vedere bene. Gli schermi più moderni sono impostati su una luminosità “adattativa”, che varia a seconda della luce proveniente dall’ambiente, per farci vedere in modo ottimale. Possiamo però agire direttamente su questo sistema e impostare il livello di luminosità che preferiamo. Un’altra funzione che influisce fortemente su questo aspetto è lo “schermo scuro”, ormai presente su tutti gli smartphone anche per il giorno, che ha il vantaggio aggiuntivo di farci risparmiare batteria. Luce meno forte significa meno stress per gli occhi e per il sistema nervoso. Lo stesso vale per il volume. Possiamo impostarlo basso, selezionare in quali contesti deve essere più forte ma possibilmente mantenerlo su silenzioso, lasciando attivata magari la vibrazione e silenziare le notifiche. Queste indicazioni, sempre valide a livello generale, diventano fondamentali, in caso di convivenza con persone, con caratteristiche dello spettro autistico, di iperattività, epilettiche o comunque particolarmente sensibili, che hanno una soglia di tolleranza molto più bassa, di quelle normotipiche. Anche per gli altri tipi di schermi digitali, che approfondiremo più avanti, possono valere, più o meno le stesse considerazioni. La televisione o il PC non vanno guardati da troppo da vicino, il volume non deve essere troppo alto, etc.

A mio parere però dobbiamo analizzare i vari tipi di schermi digitali e gli effetti negativi e positivi che possono avere, su educazione e salute dei minori. Non tutti hanno lo stesso effetto e come vedremo, alcuni possono avere anche effetti molto positivi, addirittura terapeutici, se usati nel modo giusto. Divideremo poi anche tra tempo di visione e contenuti digitali: entrambi possono essere utili o dannosi, i contenuti possono esserlo anche di più ma andiamo per gradi. Nella maggior parte della letteratura sull’argomento ho trovato, descritto come nocivo, solo il tempo passato davanti allo schermo. Non sono d’accordo, intanto c’è schermo e schermo. Non tutti fanno male allo stesso modo e alcuni, se usati nel modo corretto, possono anche fare bene. Esagero? No. Iniziamo a dare un’occhiata alle varie tipologie di schermo o per meglio dire di strumento digitale (digital device), partendo dall’inizio.

Il primo e più conosciuto tipo di schermo (prima analogico, ora digitale), diffuso a livello globale negli anni 70 e ormai dato per scontato in ogni casa, in uno o più esemplari, è la TV, tenuta accesa spesso anche tutto il giorno, anche a tavola e fino all’ora di dormire, magari anche solo per farci compagnia. Per quanto ormai sdoganata e comunemente accettata (ricordo che durante la mia giovinezza, negli anni 70-80, quando iniziava ad esserci una TV in ogni casa, spesso le mamme vecchia maniera la identificavano con il male assoluto), la TV è il meno interattivo tra gli schermi digitali. Se non consideriamo le moderne Smart TV, che sono più simili ad uno smartphone o tablet, l’unica possibilità di interazione che abbiamo con la TV è quella di cambiare canale. Se da una parte non ci costringe a posizioni poco ergonomiche, condannandoci quindi alla cervicale prematura, come il Pc o una console (es. Nintendo), dall’altra ci richiede di stare più o meno fermi, quasi sicuramente seduti, diminuendo il tempo dedicato al movimento e aumentando la probabilità di sovrappeso e disturbi della circolazione. 

Il secondo device emerso a livello temporale è il PC. Qui però dobbiamo iniziare a separare, tra lavoro e divertimento. Il PC, nato infatti per lavoro è stato infatti velocemente colonizzato, dall’azienda dell’intrattenimento, che oggi, allargando il discorso anche alle console, produce guadagni simili ai PIL di piccole nazioni, grazie e soprattutto anche all’avvento di Internet e del multiplayer online. I perché sono facili da individuare, una volta tornato a casa dopo aver fatto i compiti o per gli adulti, dopo una dura giornata di lavoro e nel weekend, quando finalmente ho del tempo che posso dedicare a me stesso, posso con una modica spesa, usare lo stesso strumento, per volare in un mondo magico dove il divertimento è assicurato. 

Con questo abbiamo introdotto anche il terzo device, importante a livello storico. Le console videogames (Playstation, Nintendo, Xbox), che altro non sono che particolari PC, altamente specializzati, soprattutto nelle loro caratteristiche di grafica, più comodi da usare di un computer classico ma che comunque ci costringono a posizioni poco ergonomiche e ad alti livelli di tensione muscolare. Le conseguenze sono naturalmente soprattutto a carico dell’apparato muscolare e digerente, alimentando il novero delle gastriti, coliti, brachialgie e così via, di cui tutti oggi più o meno soffriamo. Oltre naturalmente alle già viste patologie legate all’obesità e a quelle già viste per l’esposizione a raggi luminosi e suoni.

E arriviamo quindi ai più recenti Smartphone e Tablet che, veri computer in miniatura, hanno tutto. Sono strumenti di lavoro, di gioco, di relazione (social) e soprattutto, sono sempre con noi, dovunque andiamo e qualsiasi cosa facciamo. Quest’ultima caratteristica come vedremo è forse la più importante ma andiamo con ordine. Se da una parte lo smartphone non ci costringe sempre a posizioni dannose, per l’apparato muscolare e osteoarticolare, dall’altra è sempre con noi. Secondo una recente ricerca della della Lancaster University, usiamo lo smartphone in media cinque ore al giorno, rivolgendogli lo sguardo 85 volte nel corso delle 24 ore. Dunque, più o meno un terzo del tempo che trascorriamo svegli, lo dedichiamo all’insostituibile smartphone e spesso neanche ce ne rendiamo conto. La nuova malattia di questi anni si chiama infatti Nomofobia, ovvero la paura di rimanere senza collegamento mobile, fuori dalla cerchia dei social network, quindi fuori dalla rete. Se aggiungiamo che stiamo parlando di strumenti che persone più anziane o dedite a lavori manuali, consultano molto di meno, ci rendiamo facilmente conto che, questo dato, ne sottostima probabilmente l’uso, nella fascia di popolazione che più ci interessa, i minori e chi si occupa di loro. 

Il pericolo principale dello smartphone è che difficilmente riusciamo a controllare il tempo, che effettivamente gli dedichiamo o riusciamo a relegare il suo uso, ad un determinato momento della giornata. Un discorso a parte meriterebbero poi le notifiche, con il loro compito di mantenerci sempre in allerta, grazie anche ai rumori acuti che ci avvisano di continuo, per non farci ritardare nemmeno di un secondo, il continuo controllare cosa è successo, nel nostro mondo digitale. Specie nell’educazione dei bambini, le notifiche sono uno degli elementi più dannosi. 

Diversa è naturalmente la situazione, nella quale un bambino, che nelle poche volte in cui può essere portato in un bosco o in montagna o al mare, trova un insetto e vuole approfondirne la conoscenza. In questo caso può, tornato a casa, chiedere a Google o addirittura usare un software come Google Lens, scattare una foto e ottenere tutte le informazioni che desidera sull’insetto in questione. 

Discorso leggermente diverso merita anche il tablet (se non viene usato per social network), che è stato ultimamente usato con successo, per scopi didattici o terapeutici. Questo strumento si è dimostrato essere utile anche per l’istruzione, in sostituzione dei libri, salvando così le schiene dei nostri ragazzi e nel lavoro con disabilità di vario tipo, in particolare con bambini nello Spettro Autistico e con ADHD. Ma procediamo con ordine. 

Due parole anche sull’ultimo arrivato nella famiglia degli schermi digitali. Parliamo del Visore AR/VR (Realtà Aumentata / Realtà Virtuale), che va messo sugli occhi e ci disconnette, anche totalmente, dal mondo esterno. Per quanto una simile prospettiva possa farci paura, questo è forse lo strumento meno pericoloso per la salute, dato che non ci chiede di rimanere, per molto tempo, in posizioni scomode, anzi la maggior parte delle sue applicazioni, richiedono sempre, in quantità variabile, dell’attività fisica o sono addirittura orientate direttamente all’attività sportiva. Da questo punto di vista quindi, il Visore è una vera e propria rivoluzione. Si stanno moltiplicando anche, le applicazioni dedicate all’ambito lavorativo e sono in studio applicazioni di tipo terapeutico.

Abbiamo visto qiondi che gli schermi possono fare male e bene, purtroppo non possiamo farne a meno e dobbiamo quindi cercare di minimizzare, l’effetto nocivo che hanno sui nostri bambini e su di noi. In particolare ci tengo a evidenziare che di solito, tendiamo a notare e temere quello che fa ai nostri figli ma non a quello che fa a noi adulti, che in aggiunta, a loro diamo l’esempio, che è forse la modalità di apprendimento più importante, in età evolutiva.

Dopo questo, spero non troppo noioso, excursus sulle varie tipologie di strumenti, il cui uso vogliamo valutare, passiamo alla seconda categoria di problemi, legata all’uso di questi strumenti, ovvero ai contenuti che vengono con essi veicolati.
Questi possono essere istruttivi, se usati nell’ambito di contesti di apprendimento. Ci sono software ad esempio, che permettono di sostituire la vecchia enciclopedia e quindi di conoscere e di integrare le conoscenze, che possiamo fare all’aria aperta. La maggior parte dei contenuti, desiderati da bambini e ragazzi, sono però i videogames e i video in streaming sulle grandi piattaforme (es YouTube) oltre che i social, soprattutto per i più grandicelli. In molti casi, dato che il guadagno dei distributori è spesso legato alla pubblicità, quindi commisurato al tempo che l’utente passa a usarli, i content creators inseriscono contenuti eccitanti o paurosi, in grado di scatenare una risposta adrenalica nell’utente e di creare così una sorta di dipendenza. Il fattore che ci allontana sempre di più da contenuti di qualità è, a mio modo di vedere, soprattutto questo. Anche se ultimamente, i contenuti accessibili ai bambini sono molto controllati, il confine tra divertente e stressante può essere molto labile ed è qui che il marketing gioca le sue carte. Il risultato per noi e i nostri figli è infatti, sempre più spesso, la triade stanchezza, irritabilità, nervosismo, che si va ad aggiungere all’assenza di movimento, quindi sovrappeso, difficoltà digestive, sonno disturbato e così via.
In questo articolo cito solo alcuni dei problemi che questi strumenti possono portare e vi rimando a questo articolo dell’American Academy of Children and Adolescent Psychiatry, per una lista più completa. Come dice però anche l’AACAP, “screens are here to stay” (gli schermi sono qui per restare), quindi con l’aiuto di Pediatri e Psicologi, cerchiamo ora di capire, come dobbiamo comportarci. 

Dobbiamo infatti cercare di tracciare una linea di demarcazione tra utile e dannoso. Tolti gli aspetti inerenti a lavoro e studio, che purtroppo non sono da noi direttamente controllabili, restano molti gli ambiti nei quali possiamo intervenire. Questi sono in primis, gli spazi di tempo nei quali i bambini e i ragazzi sono liberi dagli impegni di studio, soprattutto la sera e secondariamente ma non per importanza, l’esempio dei genitori. Quest’ultimo sarà probabilmente l’aspetto meno gradito ai lettori di questo articolo, nondimeno è uno dei più importanti, se non addirittura il più importante. 

I bambini e i ragazzi infatti, apprendono principalmente (anche se non esclusivamente), per imitazione degli adulti. Quando vedono il genitore controllare continuamente lo smartphone, giocare ai videogames, videochiamare gli amici e correre a controllare, non appena si sente risuonare lo squillante avviso di notifica, cosa ci aspettiamo che pensino? Cosa ci aspettiamo che desiderino? Lo smartphone (ma anche tutti gli altri devices), appare come uno strumento potente, uno strumento “da grandi” e i bambini, più di ogni cosa, vogliono essere grandi e poter essere liberi fare quello che vogliono, come gli sembra che siano gli adulti.
Se non siamo disposti, noi adulti per primi, a separarci, per importanti periodi di tempo, dal nostro smartphone, se non siamo disposti a silenziare le notifiche e ad evitare controllare o rispondere immediatamente ai messaggi che riceviamo (ovviamente eccetto casi eccezionali, nei quali una risposta tempestiva può essere importante, a livello lavorativo o di salute), se non siamo disposti a lasciare lo smartphone, quando dobbiamo dedicare del tempo di qualità ai nostri figli, potremmo anche vincere qualche battaglia, con l’uso dell’imposizione ma la guerra degli schermi digitali è persa per sempre. Il consiglio migliore che posso darvi, in questo caso, è:

1) Osservare come e quanto usate voi gli schermi digitali. Per esserne consapevoli.
2) Sottrarre il tempo dedicato all’uso che ne fate per stretta necessità.
3) In base al risultato, non chiedere ai ragazzi più di quello che siete disposti a chiedere a voi stessi. 

Se rispettate questa regola avete più che una possibilità. Trattare i nostri figli come persone, degne di rispetto e di onestà, invece che come elettrodomestici, che possiamo spegnere e accendere ad orario stabilito, ci permette di dare forza alle regole che dovremmo alla fine, comunque imporre. Per arrivare alle regole dobbiamo prima però fare una piccola visita alla cosiddetta letteratura, ovvero, nel nostro caso, alla ricerca scientifica sull’argomento. Se mi avete seguito fino qui, complimenti, adesso viene il bello, ecco più che le regole, diciamo le linee guida da seguire, ognuno come meglio può:

1) Su un punto siamo tutti d’accordo, fino ai due anni di età, il bambino e il telefono, non dovrebbero nemmeno trovarsi nella stessa stanza. I pediatri, neuropsichiatri e neuropsicologi occidentali (e a questo proposito voglio sottolineare l’ottimo lavoro dei pediatri italiani fondatori di custodi digitali) stanno iniziando a insistere decisamente su questo punto, l’allattamento e la prima interazione devono essere un momento fusionale tra mamma e bambino, il telefono è il terzo incomodo e deve essere allontanato. Può naturalmente essere ripreso quando il bambino dorme (e per fortuna il neonato dorme tanto) ma non deve essere presente nel momento magico, dell’interazione madre bambino. Questa interferenza può impedire infatti al bambino di sviluppare alcune competenze, affrontare con successo i suoi stati disfunzionali e sviluppare le sue strutture cerebrali, in accordo ai normali livelli di sviluppo, nel momento forse più sensibile della sua vita. Vale sempre la regola dell’estremo naturalmente, se dovete scegliere tra fermare il pianto del bambino con il video di una filastrocca o invece buttarvi dalla finestra, ovviamente scegliete la prima. Dopo però cercate aiuto, perché probabilmente c’è qualcosa che non va …

2) Fino ai due anni quindi niente smartphone, possibilmente niente schermi di nessun tipo ma poi? Da qui in avanti gli schermi digitali entrano nella vita del bambino ma devono farlo gradualmente, per non più di un’ora consecutiva al giorno, possibilmente lontano dai pasti e soprattutto devono di nuovo sparire, almeno due ore prima del sonno. Gli strumenti con schermo digitale funzionano come stimolo eccitatorio, per il sistema nervoso. Se il vostro bambino o ragazzo non ha avuto sufficiente tempo, prima di andare a letto, per liberarsi dallo stato di eccitazione nervosa, così prodotto, non riuscirà a raggiungere facilmente gli stati di sonno profondo, necessari al riposo ottimale. Un effetto aggiuntivo, poco conosciuto ma molto importante, recentemente venuto alla ribalta, è il problema della luce blu. Questo intervallo di frequenze infatti, favorisce ulteriormente l’attivazione del sistema nervoso e interviene in modo disturbante, sui meccanismi del sonno. In poche parole, se utilizziamo uno schermo digitale, poco prima di andare a dormire, il nostro riposo sarà disturbato perché non raggiungeremo facilmente stati di sonno profondo. Riposeremo quindi meno e male. Per questo motivo, sul vostro smartphone, potete trovare un’opzione chiamata night shift (o simile a seconda della marca) che riduce al minimo la luce blu e fa in modo che le radiazioni luminose interferiscano meno, nei meccanismi di attivazione cerebrale. Riassumendo, per dare indicazioni di massima (alcuni potrebbero dire non molto restrittive ma dobbiamo essere realisti), dai 2 ai sei anni, possibilmente per non più di un’ora consecutiva e tassativamente lontano da sonno e pasti. Un’ora consecutiva non vuol dire naturalmente un’ora si e una no. Significa invece che un’ora si può guardare la TV o il telefono, etc. Poi se capita di guardare una filastrocca o un piccolo video con la nonna, possiamo evitare di strapparci i capelli. Infine, andando avanti con l’età, possiamo allentare i freni e permettere di sforare qualche minuto in più.

3) Dopo i sei anni le ore consecutive di uso dello schermo digitale possono diventare due (sempre dopo i compiti e lontano da pasti e sonno) ma diventa fondamentale la supervisione dell’adulto. In questo periodo infatti i ragazzi iniziano ad interessarsi al proibito, magari per darsi importanza con gli amici, magari per sentirsi più grandi, sicuramente anche per la loro aumentata curiosità. Internet però è fatto per gli adulti, senza controllo i ragazzi possono facilmente incontrare contenuti traumatici, a sfondo pauroso o sessuale, dai quali vogliamo assolutamente difenderli.
Diventa fondamentale a questo punto la supervisione del genitore e un device, dedicato al bambino o che sia almeno preparato per limitare i contenuti a quelli adatti alla sua età. Per essere più chiari possibile, dare il vostro telefono o quello della nonna, non va bene. In questo ambito ci aiuta anche la classificazione PEGI (Pan European Game Information), che possiamo impostare su smartphone e tablet e che filtrerà i contenuti in base all’età selezionata. Naturalmente nemmeno questo controllo è esente da falle, quindi niente può totalmente sostituire la supervisione dei genitori. Se proprio non riusciamo a evitarlo almeno diamo un’occhiata alla cronologia, per renderci conto di cosa i bambini stanno guardando e correre ai ripari.
Per quanto riguarda i videogames, per questa età c’è una buona scelta di giochi istruttivi e interessanti nel catalogo Nintendo, console tradizionalmente dedicata anche ai più piccoli. Sono da citare Animal Crossing, l’Enciclopedia del Piccolo Topo, Abzu e Hoa ma ne stanno uscendo tanti altri. Sono sempre da evitare videogames tipo sparatutto e quelli in cui bisogna imparare ad eseguire velocemente determinate sequenze di tasti, perché possono risultare stressanti e creare un eccitazione negativa e nervosismo, a meno che non siano giochi progettati per la cura di particolari disabilità o per stimolare competenze, specie in caso di neurodiversità, di cui parleremo più avanti. Un’ultima parola sui videogames tipo ROBLOX per i più piccoli e di tipo Battle Royale (come Fortnite) per i più grandicelli, che offrono la possibilità ai nostri figli (perlopiù a nostra insaputa) di comunicare online con persone reali. Questi giochi, che adesso vanno per la maggiore, espongono a un pericolo anche più grande, dato che possono essere usati da malintenzionati per acquisire informazioni sui nostri figli, con le conseguenze che questo può comportare. Anche in questo caso il PEGI può aiutare ma la supervisione del genitore è fondamentale.
Dato che proibire, come sappiamo non è mai molto efficace, una buona prassi sarebbe, intorno a questa età, iniziare ad affrontare il discorso e a dare regole tipo: parlare solo con chi si conosce (scuola, etc), non dire a nessuno il proprio nome, né dove si vive. Interagire con queste modalità non è comunque sempre sbagliato. Può permettere di sviluppare le abilità sociali, se mancano altre possibilità di interazione o se ci sono problemi specifici in queste abilità. Mai però, lo ripeteremo fino alla noia, senza controllo.

4) Dai 10 anni in poi i bambini hanno sempre più spesso un mobile device a loro disposizione. Ferme restando le indicazioni su PEGI, supervisione e controllo, iniziano a diventare importanti altri elementi. Prima e più importante, il genitore deve essere in possesso di tutte le password e avere accesso completo al device. Non c’è privacy che tenga. Il rischio è troppo alto. Il genitore deve poter monitorare tutte le attività effettuate. A questo punto però il controllo può iniziare ad essere condiviso, anche per stimolare il senso di responsabilità del ragazzo o della ragazza. A questa età o negli anni successivi possiamo impostare quello che i custodi digitali chiamano il contratto. Un esempio di contratto può essere questo:

“ Lo smartphone o tablet (o altro device) deve essere usato per non più di 2 ore consecutive al giorno e non deve essere usato o portato a letto. Deve stare fuori dalla stanza o comunque in carica al sicuro, lontano dal ragazzo, durante il sonno. I genitori devono avere accesso al device in ogni momento e conoscere le password. I social devono essere limitati solo alle persone che si conoscono anche nel mondo reale”. 

Queste o simili condizioni contrattuali dovrebbero rimanere in essere almeno fino ai 14 anni. A questa età deve essere poi il genitore a decidere se il ragazzo o la ragazza sono abbastanza responsabili, per essere lasciati liberi di gestire il device autonomamente. Il consiglio è comunque di non assegnare al minore un telefono con accesso indipendente alla rete telefonica e internet (scheda SIM attiva), a meno di effettive necessità, prima dei 18 anni, come del resto prescritto, dalle norme vigenti nello stato Italiano.

Aspetti positivi e contesti utili

Fin qui abbiamo parlato dei pericoli ma i digital devices offrono anche molte opportunità. Prima su tutte la conoscenza. Le enciclopedie sono ormai estinte o abitano nei musei. Basta cliccare su Google (o altro motore di ricerca) per avere accesso ad un infinito universo di conoscenza. I nostri ragazzi, grazie a questo sanno molto più di noi alla loro età e se ben guidati, possono usare questa conoscenza nel loro cammino di crescita. Abbiamo visto anche come i Visori AR/VR e le console tipo Nintendo Switch rendono possibile effettuare un allenamento sportivo di buon livello, tra le pareti di casa nostra. Ci sono poi sempre più giochi, detti gestionali, che insegnano la pazienza e l’industriosità o anche solo forniscono conoscenze e un ambiente ricco e rilassante. Ci sono i famosi Animal Crossing, Nintendo Sports e Mario Kart che possono essere giocati da tutta la famiglia e per gli amanti del mare i deliziosi Abzu ed Endless Ocean, l’Enciclopedia del Piccolo Topo e tanti altri. Grazie a questi ultimi infine, il videogioco può diventare anche un momento per stare insieme e sviluppare la socialità.

Applicazioni particolari

Ci sono specifici contesti nei quali i digital devices si sono dimostrati molto efficaci, nell’ambito di istruzione e acquisizione di competenze. Lo strumento digitale che sta prendendo in questi ambiti, il posto dapprima occupato dal computer portatile (o Notebook), è il Tablet (o Ipad). In più rispetto al computer ha il touch, quindi può essere usato in modo intuitivo anche da bambini più piccoli. In meno rispetto al computer ha l’ingombro, possiamo portarlo e appoggiarlo più o meno ovunque, in casa a scuola, all’aperto. L’uso di questo tipo di device è stato associato, tra le altre cose, a miglioramenti nello sviluppo del linguaggio, in soggetti nei quali questa funzione, si è dimostrata carente o in ritardo. Cito tra le altre le App CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), come quella di Tadà Play, che uso e che mi ha dato l’idea per questo articolo.
Alcuni dei giochi per PC o Tablet, sviluppati negli ultimi anni, hanno mostrato che l’utilizzo dei Serious Games (SG) nei bambini con ADHD portava ad un miglioramento della concentrazione e una normalizzazione del funzionamento del cervello nei pazienti (Peñuelas-Calvo et al., 2020). EndeavorRx™ è il primo videogioco-terapia approvato nel mondo e la prima terapia digitale per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Indicata per i bambini dagli 8 ai 12 anni, negli Stati Uniti potrà essere prescritta dai medici come terapia di supporto, affiancata da farmaci e/o programmi educazionali e da un percorso clinico. L’esperienza di gioco. in questo caso, è stata scientificamente progettata per sfidare il cervello del bambino, richiedendo un certo livello di attenzione e cercando di farlo focalizzare su più compiti contemporaneamente. Una sfida critica aggiuntiva al momento è rappresentata dallo sviluppo di SG, insieme ad approcci di apprendimento, potenziati da tecnologie come la realtà aumentata.

Per concludere, come abbiamo visto, la questione non è tanto schermi sì o schermi no e nemmeno solamente schermi quanto. La questione è piuttosto schermi come. Si tratta infatti di strumenti e come tutti gli strumenti, per quanto quelli di cui stiamo parlando siano particolarmente potenti e pervasivi, possono essere utili o dannosi. Combatterli a testa bassa è combattere contro i mulini a vento ma come nel Don Quixote di Cervantes, il buon senso e il realismo di Sancho Panza, unito all’informazione continua ovviamente, sono gli strumenti migliori per sopravvivere.

Articolo protetto da diritto d’autore. La riproduzione è consentita esclusivamente in forma integrale e citando autore e fonte.

Dr. Giuseppe Mazzini

BIBLIOGRAFIA

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