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Autismo e Solitudine

Tutte le neurodiversità sono solitudine. La consapevolezza di essere diversi, di non avere qualcosa che tutti gli altri hanno, non può fare altro che farci paura, che farci sentire soli e abbandonati. Ci dà l’idea di non essere adeguati, da meno degli altri e di dover fare tutto il possibile per cercare di raggiungerli. L’alternativa è il fallimento e per il bambino il fallimento è impensabile, equivale all’abbandono, alla morte.

Questa situazione raggiunge il massimo nell’autismo ad alto funzionamento, il cosiddetto “Asperger”, quello spesso non diagnosticato. La consapevolezza in questo caso non è di avere qualcosa di meno, perché molto spesso l’autismo è anche avere qualcosa in più, ad esempio capacità cognitive più alte o particolari abilità, oltre che interessi. L’autistico ad alta funzionalità si sente infatti spesso superiore alla maggior parte dei suoi simili e spesso, cognitivamente, lo è. Questa però è solo metà della storia. La consapevolezza è infatti anche quella di essere al di fuori da qualcosa di importante, di percepire negli altri un livello di interazione, un flusso di comunicazione al quale non riusciamo a partecipare. Di essere in un fiume nel quale gli altri nuotano, mentre noi annaspiamo.

Un bambino o un adulto, con caratteristiche dello Spettro Autistico, non diagnosticato, è il bambino timido, “che a lui piace giocare da solo, gli piace leggere, gli piacciono le sue cose”, non gli piacciono gli sport di gruppo e ha solo un amico del cuore (se è fortunato).
Il bambino o l’adulto autistico ad alto funzionamento, affronta spesso una grande tristezza e solitudine. Deve però negarlo con tutte le sue forze, proiettare un’immagine di successo, di “non problema”, per gli altri e anche per se stesso. Perché comunque lui o lei spera sempre di stare sbagliando la valutazione su se stesso, spera che se gap ci sia, almeno sia minore di quello che gli appare, che sia, prima o poi, colmabile. Questa speranza è fondamentale per andare avanti. L’alternativa come abbiamo visto infatti è inimmaginabile. Essere scoperto come diverso, questo per istinto lo sa, è inaccettabile, significa esclusione.

Cosa sia l’autismo ad alto funzionamento lo stiamo scoprendo solo ora. Soprattutto stiamo scoprendo che è molto più diffuso di quanto pensavamo in passato. Facciamo un esempio.

Immaginiamo di essere un alieno, arrivato su un altro pianeta, con altri esseri viventi molto simili a noi, praticamente identici ma che si comportano secondo regole che non riusciamo a capire. Immaginiamo di avere assoluto bisogno dell’aiuto di questi esseri, per sopravvivere. Dobbiamo quindi cercare di capire perché si comportano in questo loro modo. Dobbiamo trovare il modo di imitarli. Per poter interagire e ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Purtroppo non è facile, perché, come si fa, non è scritto da nessuna parte. Loro hanno un manuale segreto nella testa. Ogni volta che cerchiamo di imitarli, se ne accorgono. Magari dopo un po’ riusciamo a farlo, anche abbastanza bene ma prima o poi facciamo o diciamo qualcosa che ci tradisce, per la quale iniziano a guardarci con sospetto. In generale facciamo una fatica immensa. Possiamo riposarci solo quando siamo da soli. Quindi dobbiamo trovare un rifugio nascosto, sicuro, anche se, tornando ora sul pianeta Terra, quello che desideriamo di più sono loro, gli altri, la loro compagnia, la loro accettazione.

Un autistico non ha la capacità innata e istintiva di capire le sottigliezze sociali che ha un normotipico. In linguaggio tecnico diciamo che non ha una “teoria della mente”. Intendendo con questo che non riesce a capire come, la mente dell’altro, possa ospitare pensieri diversi dai suoi. Di conseguenza, per capire cosa sta succedendo, in una qualsiasi interazione umana, deve farsi guidare dalla logica. Cerca di continuo, dovunque ci sia informazione, nei libri, in TV, nei Social Network. Cerca di fare pratica, restando dapprima sullo sfondo delle situazioni sociali, per poi intervenire, non appena abbia stabilito le coordinate e riconosciuto una situazione nella quale si sente sicuro. Il suo modo particolare di intervenire può causare a volte un senso di straniamento ma questo può essere utile per creare ilarità e in diversi casi le persone autistiche riescono facilmente (ma non davvero, in realtà c’è sempre dietro molto studio e pratica) a far ridere le altre persone. Questo viene dal neurodiverso considerato un successo ed è attivamente ricercato. Questo tipo di autistico è un compagnone, un po’ strano ma divertente. Più spesso il suo comportamento appare agli altri artificiale e naturalmente, quello che è percepito come artificiale, viene guardato con sospetto. In questo caso prevalgono tristezza e rassegnazione.

Un autistico ad alto funzionamento però può essere felice, può riuscire nella vita, può avere successo in molti campi, ne abbiamo le prove. Oppure può sviluppare un disturbo di personalità, a causa della sua difficoltà di gestire ad esempio le emozioni. Tutta la differenza la fanno le persone intorno a lui o lei. La differenza la fa lo sforzo che queste persone possono o meno fare, per cercare di capirlo, farlo sentire accettato, parte dell’insieme. Per questo motivo è importante che ci sia almeno una persona vicino a lui che faccia di tutto per cercare di capirlo, per farlo sentire meno alieno e farlo partecipare attivamente alla comunità della quale fa parte.

Se ascoltiamo un bambino con queste caratteristiche, sentiremo che parla sempre di fare amicizie. Se gli chiediamo quali sono i suoi interessi, mentre un bambino normotipico potrebbe dire il calcio, i videogiochi, i fumetti (o anche le automobili, come i grandi), un bambino neurodiverso, in particolare un bambino con caratteristiche dello Spettro Autistico, ci dirà che i suoi interessi sono cercare di fare amicizia, sapere cosa fare con gli altri, capire come essere pronto alle sfide che la vita gli presenterà. Più di tutto comunque fare amicizia. Se ci pensiamo è naturale, nella sua mente è sempre presente quello che gli manca di più.

Per fortuna, come stiamo scoprendo, persone con queste caratteristiche sono più diffuse di quanto pensavamo in passato e quindi, se sono fortunate, si incontrano. Trovano finalmente qualcuno, con cui poter condividere un modo di essere e a volte costruire una vita insieme. Nella maggior parte dei casi inconsapevolmente. Con quella particolare persona, amico o compagna che sia, si sentono più a loro agio. Molto spesso, se incontriamo una coppia nella quale almeno uno dei due ha caratteristiche dello Spettro Autistico, troveremo nell’altro, anche se magari in misura minore, delle caratteristiche simili o almeno compatibili. Come anche nei loro genitori e nei loro figli del resto, dato che sono caratteristiche con una forte componente genetica.

È facile capire che altrimenti la vita insieme (con un partner normotipico) può essere molto complicata. Un alieno riesce a confondersi nella massa per poco tempo, ma fa un grande sforzo. Quando si trova vicino a un’altra persona per molto tempo, piano piano tende a diventare meno attento, dimentica di attuare costantemente delle strategie mimetiche e viene quindi, prima o poi, scoperto e guardato con diffidenza, proprio dalle persone che ha più vicino a sé. La relazione ha breve durata.

Per tutti questi motivi è importante una diagnosi, sia in giovane che tarda età. Qualcosa che ci aiuti a capire. L’importante è sapere e poter dire a se stesso e all’altro, io sono così, puoi accettarlo o meno ma sono così e non posso sforzarmi di attuare strategie mimetiche continuamente, perché è troppo faticoso. Non lo faccio per farti del male, non è un capriccio.

Io sono così.

Dover restare continuamente in guardia mi distrugge. Fa in modo che io abbia scoppi di ira, quando non ce la faccio più, quando quello che mi si chiede (o mi sembra che mi si chieda) è davvero troppo. Fa in modo che io soffra anche perché vedo soffrire le persone che amo. Ad un certo punto però devo anche riuscire a sopravvivere, quindi le devo allontanare, per un po’, per poter riposare.

Un altra condizione, sempre ricercata dalle persone con queste caratteristiche infatti è la tranquillità. La possibilità di stare sereni, in mezzo agli altri, senza doversi mantenere vigili, per controllare ogni momento quello che accade ed attuare di conseguenza i meccanismi che hanno faticosamente imparato e che in parte funzionano ma che li stancano terribilmente.

Una diagnosi dallo Psicologo, una diagnosi che, se vogliamo possiamo tenere per noi, magari per evitare lo stigma e la paura del diverso che potrebbe suscitare la nostra condizione, se fosse a conoscenza di tutti, può dare, in parte questa serenità. Può consolarci e darci alcune preziose indicazioni. Può spiegarci perché abbiamo delle particolari difficoltà e ci comportiamo in un certo modo. Può farci capire che non siamo fatti male, siamo solo fatti in modo diverso. Che ci sono modi per riuscire comunque a fare quello che dobbiamo fare. Che non siamo soli, che ci sono molti altri come noi (molti davvero, come gli Psicologi stanno scoprendo recentemente). Può anche dirci, come descritto dal recente e bellissimo libro Neurotribù, che siamo in qualche modo “positivamente speciali” e che le nostre capacità potrebbero essere tra quelle che hanno fatto e fanno, il progresso della razza umana.

Se poi decidiamo di ottenere una certificazione, l’indicazione è sempre il Neuropsichiatra del SSN. In questo caso, specie nel caso di bambini, possiamo ottenere anche agevolazioni a scuola e sul lavoro.

Nel caso di un bambino la diagnosi è importante anche e soprattutto per i genitori. Perché possano capire che, il cercare di trasformare il loro bambino neurodiverso, in un bambino “come gli altri” è uno sforzo destinato solo a rendere questo bambino molto infelice e probabilmente soggetto a continuo stress e disturbi psicosomatici. La cosa più importante e anche la più difficile nell’allevamento di un bambino neurodiverso è infatti l’accettazione. Che questo nostro bambino, molto probabilmente, non sarà mai “come gli altri” è sempre la cosa più difficile da accettare per un genitore ma anche la più necessaria, perché il dovere di un genitore è quello di aiutarlo a raggiungere quella tranquillità di cui tanto ha bisogno e che può essere il trampolino di lancio per il suo successo nella vita.

Parlare con uno Psicologo può farci capire anche che, non per questo, nostro figlio, sarà da meno degli altri, anzi in alcuni casi potrebbe essere di più. L’uomo più ricco del mondo e molti dei più ricchi e di successo, soprattutto nel campo della tecnologia informatica sono, più o meno dichiaratamente, autistici. Tra Questi Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, etc. Persone con Autismo ad elevata funzionalità o con ADHD (sempre che queste caratteristiche non siano talmente estreme, da causare grandi difficoltà nelle funzioni di base) hanno buone possibilità di ottenere successo lavorativo e portare innovazione. Questo naturalmente solo nel caso in cui queste caratteristiche siano comprese e le loro energie ben incanalate. Se invece ci opponiamo ad esse e cerchiamo, con la forza, di portare il bambino nel campo della normalità, per come noi la conosciamo, siamo destinati all’insuccesso.

Di più, spesso in questo modo costringiamo il bambino alla ribellione, che in diversi casi può diventare un subdolo disturbo di personalità, come il Disturbo Oppositivo Provocatorio, nei primi anni di scuola e il Disturbo della Condotta in adolescenza. Per questo motivo, una volta ottenuta una diagnosi, non per forza una certificazione ma almeno qualcosa che ci dia una maggiore conoscenza, come ad esempio una Consulenza Psicologica, la cosa più importante (non smetterò mai di ripeterlo) è iniziare un percorso di Parent Training. Questo strumento può aiutare il genitore a capire come si deve comportare, per aiutare al meglio, questo suo strano e meraviglioso figlio, a riuscire in campo scolastico e in seguito lavorativo e soprattutto per aiutarlo a trovare quel poco di felicità, alla quale ha diritto e che si trova in realtà, abbastanza a portata di mano.